Il sesto continente: l’isola di plastica
Ambiente

Il sesto continente: l’isola di plastica

Il Great Pacific Garbage Patch o semplicemente isola di plastica è uno dei maggiori problemi d’inquinamento del pianeta. Ma come mai questo flagello è preso così poco in considerazione?
Data
07.04.2021

Il Great Pacific Garbage Patch o semplicemente isola di plastica è uno dei maggiori problemi d’inquinamento del pianeta: è un disastro creato dai detriti di plastica che l'umanità quotidianamente smaltisce in natura e che finiscono negli oceani. Ma come mai questo flagello è preso così poco in considerazione?

Plastica invisibile

Il motivo per cui il problema è attualmente sottovalutato a livello globale è che l'area visibile della zona dei rifiuti è molto, ma molto più piccola di quella che purtroppo non si vede. I raggi del sole, infatti, degradano la plastica a tal punto da sfaldarla in minuscoli pezzettini, che, galleggiando appena sotto la superficie del mare, diventano invisibili alle immagini satellitari. Questo accumulo si è formato a partire dagli anni ’80 per l'incessante inquinamento causato dall'uomo e dall'azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario.

Sul Garbage Patch, negli anni, si sono accumulati brandelli di plastica di varie dimensioni, alcuni anche microscopici, e questi possono confondere i pesci che ingeriscono residui di polimeri scambiandoli per plancton. La flora e la fauna marine ne sono gravemente colpite e di conseguenza anche noi. Sia i mammiferi che i pesci vengono lentamente avvelenati da tutta questa plastica oppure anche intrappolati tra i detriti.

Arte in soccorso del pianeta

Maria Cristina Finucci, architetto e artista multidisciplinare, si sforza da anni attraverso la sua arte di risvegliare la consapevolezza su questo disastro.

"Quando ho iniziato la mia ricerca ormai anni fa" spiega Maria Cristina, "ho capito che il problema era enorme, anche se non è mai stato molto pubblicizzato, e non riuscivo a smettere di pensarci. Dovevo fare qualcosa”. Da quel momento Maria Cristina ha deciso di dedicare il suo tempo a sensibilizzare l’umanità su questo disastro ambientale. E lo ha fatto attraverso la sua arte creando Wasteland. Si tratta di un’opera che comprende un sistema di azioni che si sono svolte nel tempo in giro per il mondo. È concepita per disseminare sulla scena internazionale una serie di “indizi” che suggeriscano l’esistenza di uno Stato Nazione virtuale inventato dall’artista: il Garbage Patch State. Riconosciuto dall'UNESCO nell’aprile 2013, comprende cinque enormi isole coinvolgendo una superficie complessiva di 16 milioni di chilometri quadrati!

Gli indizi di Maria Cristina Finucci sono le sue installazioni che hanno preso diverse forme, tutte realizzate interamente con materiali riciclati. Il disastro ambientale è rappresentato principalmente da una creatura gigante che l’artista ha chiamato Climatesaurus: un mostro a forma di serpente realizzato con una fettuccia rossa - la stessa che si usa per confezionare le arance - e riempito con migliaia di tappi di bottiglie di plastica. Questi sono stati raccolti dagli studenti delle più importanti università italiane e internazionali, che negli anni si sono offerti volontari per aiutarla nel progetto. “Il Climatesaurus”, spiega Maria Cristina, “non appartiene al mondo animale, ma a quello artificiale, striscia attraverso le nostre coscienze, ricordandoci i rifiuti che produciamo e le montagne di detriti che questi generano”.

Ma la richiesta di attenzione di Maria Cristina ha preso anche altre forme tra cui la Blanket of Plastic, un telone fatto di bottiglie di plastica, oppure il grido di aiuto HELP, un’installazione realizzata con lettere gigantesche fatte di plastica riciclata e visibili dal cielo che l’artista ha realizzato in diversi luoghi tra cui sulla piccola isola di Mozia oppure nel cortile dell’Università Statale di Milano durante il Salone del Mobile 2019.

Attenzione da parte di tutti

In pochi sono a conoscenza di questa superficie di plastica, così vasta da essere appunto definita come il sesto continente. Gli artisti hanno il potere e la forza di denunciare il problema con mezzi d’effetto, è così che l’arte può aiutare il nostro pianeta. Maria Cristina Finucci è riuscita, grazie alla sua idea stravagante, a urlare al mondo intero quanto fosse grave la situazione.

Ognuno di noi oggi ha l’obbligo nel proprio piccolo di adoperarsi per ridurre al minimo l’uso della plastica.

Ogni singolo gesto conta: acquistare acqua in vetro, usare la borraccia, scegliere borse riutilizzabili per la spesa, optare per il cibo sfuso, soprattutto per ortaggi, tè, tisane e frutta secca. Ma anche apparecchiare come una volta con bellissimi tovaglioli di stoffa, abolendo posate, bicchieri e cannucce in plastica. Da non sottovalutare la cura della persona: infatti, invece di acquistare i dischetti di cotone monouso per rimuovere il trucco, è da considerare il passaggio a quelli riutilizzabili e lavabili, anche gli spazzolini di bambù sono un'ottima scelta per la vita senza plastica.

Questi sono solo alcuni piccoli consigli per non alimentare il sesto continente. Certamente non è facile abbandonare le proprie abitudini per abbracciarne altre, ma pensando all’iconica frase di Barack Obama, è di supporto ripetere: “Yes we can!”.

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